Tenersi per mano (il Friuli e l’anno che verrà)

Tenersi per mano (il Friuli e l'anno che verrà)

C’è un momento alla fine di ogni anno, in cui per un attimo ci raccogliamo in noi stessi e ci raccontiamo delle cose. Ci raccontiamo di progetti, di idee, di speranze, tutte vere e tutte false, perché dipende soltanto da noi quel grado di verità.

Ogni anno porta soltanto i cambiamenti che noi riusciamo ad attuare per primi, perché se speriamo che sia sempre un agente esterno responsabile del nostro cambiamento saremo costretti ad essere delusi e a dare sempre la colpa a qualcuno. Solo i frustrati si cercano nemici a cui dare la colpa.

Ci sono due anziani che passeggiano sotto i portici. Si tengono per mano, come fossero adolescenti, con una tenerezza devastante, senza parlarsi. Ad un certo punto li vedo fermarsi davanti a un bar che affaccia una vetrina sul porticato. Due bicchieri di vino che si sfiorano e si toccano con un suono che sembra echeggiare in tutta la città. 

È così che vorrei vedere la mia Regione. Invecchiata forse, ma ancora capace di tenerezza e di amore, capace di smettere di ricordarsi soltanto le tragedie e in grado di riconoscere le proprie grandezze, le proprie possibilità e di vederla riconoscere i talenti in casa e non soltanto gli emigrati, stufi di non essere ascoltati.

Vorrei che il Friuli brindasse con le proprie possibilità sostituendo l’invidia all’incoraggiamento. Questo comporta diversi cambiamenti che dovranno andare nella stessa direzione.
Si parla spesso di identità, ma identità non è una parola singolare; rimane tale anche al plurale. Siamo pieni di identità. Tutte diverse, moltitudini, tutte capaci di far uscire da loro quell’anima nascosta che il Friuli tiene per sé come se dovesse vergognarsi. La vergogna sarebbe non mostrarsi.

Spero che il Friuli impari dai suoi vini ad essere fresco, elegante, profondo e capace di durare nel tempo. Spero che la vite ci insegni la pazienza di imparare a conoscerci.

Dovremmo smetterla di sperare cominciando semplicemente a sorriderci l’un l’altro, offrendoci da bere a vicenda e lasciando che il vino ci insegni ad ascoltarci. 

Matteo Bellotto

(Photo credits: Andrei Ianovskii)
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